Alcune riflessioni sul caso Zaki

 1) Fin dall'inizio tutta la storia è stata raccontata come il confronto tra il ragazzo e il dittatore sanguinario. Tutto quello che avveniva a Zaki era causato dalla pura crudeltà del dittatore sanguinario. Era un despota, un autocrate, uno che si divertiva a perseguitare e fare soffrire il povero Zaki, che non aveva fatto nulla per meritarsi tutto ciò. Una persona malata, psicologicamente instabile, il cui sadismo era la prova della sua  malvagità e della sua ferocia. Una ferocia che appunto colpiva una persona innocente con l'unica colpa (forse, non si sa nemmeno se sia effettivamente così) di aver scritto un post su facebook come milioni, miliardi si suoi coetanei nel mondo. Come tutti i dittatori era un sadico psicopatico. E il fatto che fosse un sadico psicopatico, era la prova provata che era un dittatore contro cui battersi.

E così si è andati avanti ad ogni tappa del processo. E questa spiegazione si è rafforzata quando il ragazzo è stato condannato. Nulla di più crudele che condannare un innocente solo per l'espressione di un parere.

Solo che…

Solo che poi pochi giorni dopo il dittatore feroce e sanguinario, il despota sadico, ha graziato Zaki e lo ha pure lasciato tornare in Italia. Un cortocircuito. Il dittatore sadico è diventato buono? non è mai stato sadico?

Ma questo non ha scosso minimamente la storia che si è raccontata. Nessuno che si sia posto il dubbio che forse quella spiegazione non funzionava. Che forse era una spiegazione dalle tinte emozionali post adolescenziali. Nessun ripensamento, nessuna riflessione per capire cosa non aveva funzionato in quella spiegazione che, per lontananza dalla realtà, somiglia alle favole per i bambini.

La realtà è forse un po' più complessa della manichea divisione tra buoni e cattivi. E per capirla bisogna forse andare più in profondità in una realtà che è contraddittoria e opaca. E che per essere spiegata e cambiata necessità non di favole per bambini ma di impegno per scoprirla e di strumenti più adulti. Sempre che la si voglia spiegare e cambiare. Questo è il vero punto.

2) Come altri hanno notato, la figura di Zaki viene presentata come un combattente per la libertà. Anche in questo caso si ignora il fatto che, come lui stesso ha affermato, non appartiene ad alcuna organizzazione per il rovesciamento del regime. Non ha compiuto nessuna azione sovversiva, non ha attaccato caserme dell'esercito, non ha ospitato miliziani egiziani anti Al Sisi. E' anzi partito per l'Italia per perseguire il suo progetto di studi. Il post in favore dei copti di cui lo accusano le autorità egiziane non si sa nemmeno se sia stato scritto o meno.

Insomma, una differenza abissale ed evidente rispetto ad altri eroi del passato come Guevara o Ho Chi Min. Mentre questi lavoravano per un progetto di liberazione collettiva, Zaki (forse così rappresentando la sua generazione) sembra poco interessato a questa prospettiva. Il vero vulnus dal suo punto di vista, e da quello dei suoi coetanei, è il fatto che gli viene impedito di perseguire il proprio progetto di sviluppo personale, il suo sogno italiano.

Diventa così rappresentante di una generazione (e forse più di una) che in tutti i paesi occidentali vede la via individuale come unico strumento di emancipazione (ovviamente individuale) e che vede come dittatoriali quei sistemi che impediscono o limitano questa possibilità. La solidarietà va quindi a tutti quegli individui (non certo ai popoli) a cui è impedita la via individuale di crescita.

Ovviamente accettando in pieno l'ideologia della meritocrazia. Poiché però i talenti e le qualità (oltre che le risorse economiche per farli crescere) non sono equamente distribuiti nella popolazione, chi nel proprio progetto di vita non va oltre lavori miseri, sottopagati e sfruttati, non figura tra i soggetti da liberare, ma come qualcuno che, come tutti, ha avuto la possibilità di sviluppare i suoi (inesistenti) talenti. Questo spiega molto di più della crisi della sinistra occidentale e del sindacalismo che tante altri ragionamenti autoconsolatori.

3) Continua a colpirmi il fatto che l'Università di Bologna non richieda un minimo di conoscenza della lingua per partecipare ai suoi corsi.

Quando feci l'Erasmus a Parigi, come prerequisito per partire, mi fu chiesto un test di lingua francese di livello B1. E' il minimo per poter interagire con l'ambiente in cui ci si trova, non solo universitario: leggere un giornale, parlare con le persone sul bus, con i colleghi e gli studenti, con il panettiere o lo spazzino. Insomma, per non essere un estraneo nella società in cui ci si trova, ma per conoscerla, per conoscere la cultura locale, capire le sue sfumature, le differenze. Altrimenti tutto diventa come un mc donald, uguale ovunque.

Sono sempre stupito quando qui a Parigi incontro i tanti dipendenti di organismi internazionali (dalle agenzie dell'Onu all’Ocse) o dipendenti di imprese multinazionali che dopo anni di permanenza a Parigi non parlano una sola parola di francese a parte "Bonjour" e "Merci". Esiste una classe transnazionale di persone, estremamente influenti per via del loro ruolo, che prendono decisioni vivendo in una bolla separata dal resto del mondo. Non solo per ragioni di reddito, ma soprattutto perché non vivono neanche lontanamente nella società che li ospita. E non fanno nulla per inserirvisi, neanche ne sono interessati.

Questo è particolarmente grave per persone che, come Zaki, vogliono occuparsi di diritti umani nel mondo. O questi sono proposizioni astratte che vanno semplicemente applicate meccanicamente (se necessario con la forza, come si è fatto con le guerre umanitarie), oppure questi rappresentano un obiettivo da perseguire, che risulterà sempre imperfetto, parziale, diverso in luoghi e momenti differenti. La conoscenza della lingua permette di capire come questi si concretizzano in una determinata società, come sono stati diversamente interpretati nelle diverse epoche e luoghi, quali sono i percorsi per arrivare alla tappa di sviluppo odierna etc... In sostanza la lingua è lo strumento per non creare un corpus separato, ma per integrare queste  persone nella società e perché la società possa essere da loro scoperta.

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